Molti hanno problemi a restare disinvolti davanti a una macchina fotografica. Forse questo accade perché si pensa sempre a “come si verrà” nelle foto e quindi deformiamo il chi siamo per ottenere la nostra immagine di noi preferita. O sarà che siamo abituati più ai cellulari che agli obiettivi professionali, spesso degli enormi cannoni. O ancora perché forse, come molti credevano un tempo, un pochino di anima potrebbe venire rubata a ogni scatto. Quindi, come si fa a ovviare a questi problemi e a venire bene in foto?

La prima ipotesi non è neanche da prendere in considerazione, perché anche la modella più smaliziata si trasforma davanti all’obiettivo. Facciamo un esempio: quante tra le persone ritratte in questa galleria sono loro stesse e quanto un personaggio a cui tengono o che vogliono sfoggiare?

Roland Barthes (un semiologo e non un fotografo, tra l’altro) ha intuito questo problema e messo nero su bianco così chiaramente che è impossibile scordare le sue parole. Riporto qui di seguito il testo, forse in assoluto la parte più citata del suo saggio “La Camera Chiara“:

La Foto-ritratto è un campo chiuso di forze. Quattro immagini vi si incontrano, vi si affrontano, vi si deformano. Davanti all’obiettivo io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte.

E ancora:

In altre parole, azione bizzarra: io non smetto di imitarmi, ed è per questo che ogniqualvolta mi lascio fotografare, io sono immancabilmente sfiorato da una sensazione d’inautenticità, talora d’impostura.

R. Barthes, La Camera Chiara (capitolo 5)

In realtà Monsieur Barthes, da buon linguista al limite del filosofico, rende la situazione molto drammatica, paragonandola a una prefigurazione della morte (perché il soggetto in realtà diventa oggetto e quindi inanimato).

Fortunatamente, come vedremo tra poco, nella vita reale la situazione non è così profondamente problematica e basta veramente poco perché chiunque riesca a risultare “abbastanza” autentico in fotografia. I risvolti profondi sull’argomento effettivamente ci sono – e sono quelli che mi hanno avvicinato al ritratto e portato ad amarlo – ma per fortuna vostra è (ehm, dovrebbe essere) compito del fotografo approfondire l’argomento e venirne fuori elegantemente, rendendo semplice una soluzione a un problema molto complesso come questo. Perché è proprio lavorando su queste cause profonde che nella vita di tutti i giorni la realtà si semplifica, e ignorarle significherebbe scattare senza anima.

Ok ok, direte voi, ma in soldoni come si fa a venir bene in foto? Niente di più semplice, ma prima bisogna capire cosa vuol dire “venir bene in foto”.

Fateci caso, per una sessione di ritratto ci si trucca, ci si fa una bella acconciatura e ci si veste bene. Poi si scatta e sì, le foto sono belle, voi siete belli, ecc. Ma belli per chi? Forse siete anche contenti di come siete venuti in foto, ma chiedetevi: siete veramente voi? Voi sapete di esser venuti bene quando vi riconoscete nella foto. Anche se indossate una tutaccia sporca, anche se non vi siete lavati i capelli e se non avete dormito bene la notte precedente.

Un ritratto è ben riuscito se vi riconoscete nella cosa bidimensionale che avete davanti e che chiamiamo STAMPA FOTOGRAFICA.

Poi il discorso si complicherebbe ulteriormente, perché in foto non vedete quello che di solito vedete allo specchio, ma la vostra immagine vera (che è la speculare rispetto a quella a cui siete abituati), ma questo è un altro discorso e sarà forse l’oggetto di un nuovo post.

E quindi, se prenotate una sessione di ritratto nel mio studio, come faccio a far sì che ne esca un buon lavoro? Semplice: vi faccio sentire a casa vostra. Perché il soggetto di un ritratto è – di solito – umano, e l’umanità è fatta di relazioni. E per capire davvero chi è che sto per fotografare, ho bisogno di stabilire una relazione che rasenta l’amicizia, e che il più delle volte amicizia diventa. E se state per essere fotografati dovete capire chi sono io, chi c’è dietro la macchina fotografica e l’obiettivo che vi scruta con quell’occhio gigante. Se vi fidate di me il gioco è fatto. Poi si tratta di cercare la giusta foto, giocando con tutte quelle cose tecniche a cui penserò io, ma se siete sul set con lo stato d’animo di chi vuole condividere l’esperienza, di chi vuole giocare, non prendendosi troppo sul serio e soprattutto restando voi stessi, beh… Aspettatevi il miglior ritratto EVER.

E comunque, se lo shoot è di mattina, aspettatevi pure un buon caffè e un cornetto, che se vi va bene è pure caldo. L’obiettivo è lavorare in un ambiente di totale rilassatezza e fiducia nel team, un po’ come in famiglia ☕️🥐💛

Cosa ne pensate? Come vi trovate di fronte all’obiettivo? Cosa pensate mentre posate per un ritratto? Condividete la vostra esperienza e facciamone un tesoro collettivo 📸

Roland Barthes, “La Camera Chiara: note sulla fotografia”
(Piccola Bibilioteca Einaudi)

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