Senza telefono

18 Luglio 2020blog

Sei mai stat* senza telefono per qualche giorno?

Se sei della mia generazione sicuramente sì, e se non ti sei dimenticato come si fa potresti anche sopravvivere. Molto probabilmente, invece, fai parte della maggioranza e la risposta a questa domanda sarà no. Ecco, questo articolo è proprio scritto per te: da oggi comincio un esperimento sociale sulla mia pelle e ti terrò aggiornato su quali gravi danni fisici e mentali comporta il distaccamento dal telefono cellulare nel tempo.

Ma cominciamo dall’inizio.

La giornata di oggi è cominciata in modo esemplare: il telefono cade nell’acqua. Non interamente e a testa in giù. Quindi salva tutta la parte del microfono, presa cuffie, e presa USB-C per la carica.

Minuto 0:
Lo asciugo con un panno. Funziona. Meno male. La prima cosa strana che noto è l’assenza di segnale: tolgo la SIM e dallo sportellino escono i pesci. Mh.

Minuto 2:
Testo delle app a caso, whatsapp, instagram, insomma tutte quelle di Zuckerberg, giusto per essere sicuro che continuino a collezionare dati sulle mie abitudini senza soluzione di continuità. Tutto bene, ma durante la visualizzazione di una story SCHERMO NERO.

Minuto 3:
Imprecazioni.

Minuto 4:
Penso, in ordine crescente di importanza: riso – panno – fornello – preghiera.

Minuto 5:
Cerco sul computer il numero di telefono dell’assistenza. Poi realizzo che non ho il telefono (e neanche un telefono fisso) e non posso chiamarla.

(Fast-Forward)
Minuto 10 ma anche 15:
Parto per andare all’assistenza. Il sabato mattina. Incontro, nell’ordine: un mercato, un altro mercato, l’apìno del contadìno con le damigiane di vìno (tutto ìno), i vacanzieri che lenti lenti vanno al mare e tante altre amenità di un tipico weekend esitvo.

Minuto 60:
Dopo interminabili code in macchina arrivo sul posto e vedo solo una persona dentro il negozio: bene, niente coda. Mi avvicino e mi accorgo di aver lasciato la mascherina in macchina. Tempo di andarla a prendere e tornare: LA CODA FUORI DAL NEGOZIO. Mi accorgo che forse al punto 3 ho imprecato troppo.

Insomma, per sintetizzare, avrò la risposta lunedì o martedì. Nel frattempo ho detto ai miei amici e genitori che se mi cercano possono inviare una mail a info@riccardobonuccelli.net. Che mondo…

Respect!

16 Luglio 2020blog

Il succo del post è semplice: rispetta il tuo lavoro.

Nello scorso post incitavo i freelance italiani a non demordere, che i tempi sono bui ma la luce è dietro l’angolo, resta solo da capire quale angolo.

Volevo solo aggiungere che allargare gli orizzonti per trovare commesse di lavoro non deve mai significare svendere la propria professionalità. Meno che mai in questo tipo di situazione. Tieni lo sguardo alto.

Anzi, penso sia il momento di mettere a frutto quell’idea particolare, quella cosa che non avevi tempo di sviluppare perché eri preso da mille impegni e che potrebbe caratterizzarti come unico/a nel tuo genere differenziarti dalla concorrenza. Sì, proprio quella cosa lì.

Che ne dici? Io lo sto facendo, fallo anche tu. E fammi sapere cosa hai in mente. Brainstormiamo. Dai, DAI.

Don’t give up freelance!

14 Luglio 2020blog

Mi è sempre piaciuta la parola “freelance”. Contiene un’energia che rappresenta bene chi decide di adottarla nella vita.

La scelta di lavorare da indipendente è tanto bella quanto rischiosa: è la meno tutelata, non dà alcuna sicurezza e lascia all’intraprendenza del singolo il compito di farsi spazio in un mercato iperaffollato. E il già duro compito si fa veramente arduo dove la meritocrazia non esiste.

Questo articolo è dedicato a tutti i freelance che stanno soffrendo là fuori.

Resistete e perseverate. Incassate (la temporanea disfatta eh, di denaro non ce n’è) e sanguinate se dovete. Perché arriverà il giorno della rivincita e sarà glorioso.

Se ci sarà bisogno di una seconda spinta di incoraggiamento rincarerò la dose con un altro post, nel frattempo sopravvivete.

Mostrate cosa vuol dire la parola FREELANCE.

E mentre lavorate, ecco la giusta carica. Check it out!!
(io comincerei dalla terza)

Sbatti gli occhi.

13 Luglio 2020blog

Immagina che invece delle macchine fotografiche o dei cellulari, l’unico mezzo per scattare foto sia il battito delle palpebre, e che a ogni battito si crei una fotografia di quello che state vedendo.

Immagina ora di avere solo 24 battiti di palpebra a disposizione ogni giorno (36 per i battitori di palpebra più esperti) e che il nostro cervello sia l’unico hard disk a disposizione che abbiamo.

In questa situazione, quanto faresti attenzione a quello che guardi?
Prova a farlo comunque, vedrai più cose di quelle che immagini.

_
Disclaimer: non sono in affari con nessuna azienda produttrice di collirio.

Foto ©Riccardo Bonuccelli / askthepixel.net
Model: Caterina Sofia
Makeup: Francesca Tenore